Un mondo è assurdo in quanto il contemplativo, l’anacoreta, il monaco, appaiono in esso come un paradosso o un “anacronismo”. Ora il monaco è nell’attualità appunto perché è atemporale: viviamo nell’epoca dell’idolatria del “tempo”, e il monaco incarna tutto quello che è immutabile, non per sclerosi o per inerzia, ma per trascendenza.
Schuon, Sguardi sui Mondi Antichi, Edizioni Mediterranee, 1996, pp. 119-120.
Il sole, non essendo Dio, deve prosternarsi ogni sera dinanzi al trono d’Allâh; è ciò che si dice nell’Islam. Parimenti: Mâyâ, non essendo Atmâ, non può affermarsi che per intermittenze; i mondi scaturiscono dalla Parola divina e rientrano in essa.
L’instabilità è lo scotto della contingenza; chiedere perché vi sarà una fine del mondo e una resurrezione, equivale a chiedere perché una fase respiratoria si ferma a un momento determinato per essere seguita dalla fase contraria, o perché un’onda si ritira dalla riva dopo averla sommersa, o ancora perché le gocce de un getto d’acqua ricadono a terra.
Siamo possibilità divine proiettate nella notte dell’esistenza, e diversificate a motivo di questa stessa proiezione, come l’acqua si disperde in gocce quando è lanciata nel vuoto, e anche come si cristallizza quando è colta dal freddo.
Schuon, Sguardi sui Mondi Antichi, “Sulle tracce di Mâyâ“, Mediterranee, Roma, 1996, p. 92.
L’uomo che “ama Dio” è chi “vive nell’Interiore” e “verso l’Interiore”, che resta cioè immobile nella sua interiorità contemplativa — nel suo “essere” se si vuole — pur movendosi verso il suo Centro infinito. L’immobilità spirituale s’oppone qui al moto indefinito dei fenomeni esterni, mentre il moto spirituale s’oppone invece all’inerzia naturale dell’anima decaduta, all'”indurimento del cuore” che dev’essere guarito dalla “grazia” e dall'”amore”, ossia, il cui rimedio è tutto ciò che ammorbidisce, transmuta e trascende l’ego.
Io sono me stesso, e non un altro; e io sono qui, come sono; e questo accade ora, necessariamente. Cosa dovrei fare ? La prima cosa che si impone, e l’unica che si impone in modo assoluto, è il mio rapporto con Dio. Ricordo Dio, e in e attraverso questo ricordo tutto va bene, perché è quello di Dio. Tutto il resto è nelle Sue mani.
La vita d’un uomo, e per estensione l’intero suo ciclo individuale di cui tale vita e la stessa condizione d’uomo sono soltanto modalità, è infatti contenuta nell’Intelletto divino come un tutto finito, vale a dire come una possibilità determinata che, essendo ciò che è, non è in nessuno dei suoi aspetti altro che se stessa, giacché una possibilità è solo un’espressione dell’assoluta necessità dell’Essere; e da qui ha origine l’unità o l’omogeneità di ogni possibilità, che è dunque quello che non può non essere.
Ci sono due momenti nella vita che sono tutto, e cioè il momento presente, in cui siamo liberi di scegliere quello che vogliamo essere, e il momento della morte, nel quale non abbiamo più scelta alcuna e dove la decisione spetta a Dio.
Ora, se il momento presente è buono, la morte sarà buona; se siamo adesso con Dio — nel presente che si rinnova senza posa ma resta sempre questo solo momento attuale — Dio sarà con noi nel momento della nostra morte.
Il ricordo di Dio è una morte nella vita, sarà una vita nella morte.
Frithjof Schuon, La Trasfigurazione dell’Uomo, Edizioni Mediterranee, Roma, 2016, pp. 135-136.
La maggioranza dei moderni che credono di comprendere l’arte sono convinti che l’arte bizantina o romanica non abbia nessuna superiorità su quella moderna, e che una Vergine bizantina o romanica non somigli a Maria più delle immagini naturalistiche, al contrario; eppure la risposta è facile: la Vergine bizantina — che tradizionalmente risale a San Luca e agli Angeli — è infinitamente più prossima alla verità di Maria dell’immagine naturalistica, che è necessariamente sempre quella di un’altra donna, poiché delle due l’una: o si presenta della Vergine un’immagine assolutamente somigliante nell’aspetto fisico, ma in tal caso occorre che il pittore abbia veduto la Vergine, condizione che, chiaramente, non può essere soddisfatta — a prescindere dall’illegittimità della pittura naturalistica, o si presenta della Vergine un simbolo perfettamente adeguato, ma allora il problema della somiglianza fisica, senza essere assolutamente escluso di fatto, non si pone più del tutto.
Nel Medioevo v’erano ancora soltanto due o tre tipi di grandezza: il santo e l’eroe, anche il sapiente, poi su una scala minore e come per riflesso il pontefice e il principe; il “genio” e l’ “artista”, queste grandezze dell’universo laico, non sono ancora nati.
Mulay ‘Ali ad-Darqawi, maestro sufi marocchino. Foto di Titus Burckhardt.
La santità è il sonno dell’ego e la veglia dell’anima immortale: dell’ego nutrito d’impressioni sensoriali e colmo di desideri, e dell’anima libera, cristallizzata in Dio. L’esteriorità mutevole del nostro essere deve dormire e, per conseguenza, ritirarsi dalle immagini e dagli istinti, mentre il fondo del nostro essere deve vegliare nella coscienza del Divino e illuminare così, come una fiamma immobile, il silenzio del santo sonno.
Schuon, Sophia Perennis, Edizioni Mediterranee, 2014, p. 23.